Home / Articoli / With a little help of my friends (di L.Salvai)

 

“Un amico é un regalo che si fa a se stessi”

R.L.Stevenson

L’amicizia è un bene prezioso, lo sappiamo tutti, e tutti abbiamo usufruito ed usufruiamo dei benefici dei rapporti amicali nella nostra vita, a partire dall’infanzia e per tutto il corso della nostra esistenza.

Amici con cui giocare, studiare, confrontarsi, cooperare, a cui affidarsi, con cui condividere i nostri pensieri e le nostre emozioni, i nostri momenti belli e brutti, a cui chiedere consiglio; amici da chiamare nelle ore più impensate per farsi togliere da situazioni difficili, con cui piangere e ridere, a cui appoggiarsi negli attimi di sconforto, con cui crescere.

Molte canzoni sono state scritte su questa forma di legame così importante per l’uomo, ecco qualche esempio:

“Amico é bello, amico é tutto, é l’eternità. È quello che non passa mentre tutto va” (R.Zero)

“Ci vorrebbe un amico, qui per sempre al mio fianco, ci vorrebbe un amico nel dolore e nel rimpianto” (A.Venditti).

“Non dico che dividerei una montagna, ma andrei a piedi certamente a Bologna, per un amico in più”  (R.Cocciante).

“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò” (L.Dalla).

E come non ricordare “With a little help of my friends” dei Beatles, “Friends will be friends” dei Queen, “That’s what friends are for” di Dionne Warwick, “Friends” dei Led Zeppelin, “Friends never say goodby” di Elton John e molti altri successi internazionali, scritti in onore dell’amicizia?

Withney Houston cantava “when you are weak, I will be strong, helping you to carry on” (quando sarai debole io sarò forte, aiutandoti ad andare avanti”). Questo é uno dei principali benefici dell’amicizia, quello del sostegno nei momenti di difficoltà e fragilità. Avere dei legami sociali forti aiuta a superare i momenti difficili, riduce il rischio di sviluppare disturbi depressivi e migliora la capacità di affrontare la malattia e le separazioni. La solitudine, al contrario, aumenta il senso di allarme e il senso di impotenza e ha degli effetti anche sul sistema immunitario.

Quando si é soli, ad esempio perché ci si é trasferiti in una nuova città e non si é ancora riusciti a ricostituire la rete amicale, si tende a mangiare di più e in modo meno sano, a svolgere meno attività piacevoli (“andrei al cinema, ma da solo non ho voglia di uscire”), a sviluppare più facilmente comportamenti di dipendenza (da sostanze, da internet, ecc..).

L’amicizia é qualcosa che non si riceve soltanto, ma si dà anche: essere importanti per qualcuno, sentirsi cercati e apprezzati, mettere in condivisione le proprie capacità e risorse per raggiungere degli obiettivi comuni con gli altri, ha un altrettanto positivo effetto sul nostro benessere.

Costruire e mantenere delle relazioni richiede alcune capacità che non sempre sono disponibili; a volte si ha paura di affrontare le situazioni sociali, ci si sente inadeguati, non all’altezza, si ha paura di essere feriti perché si é fatta esperienza di delusioni importanti, si ha scarsa fiducia negli altri, e l’isolamento sembra essere la strategia difensiva migliore da utilizzare. Isolarsi non permette di fare esperienze interpersonali correttive e crea un circolo vizioso di rinforzo delle aspettative negative di rifiuto e solitudine.

Talvolta, pur avendo intorno molte persone, ci sentiamo ugualmente soli. La solitudine può, infatti, essere reale oppure percepita. A volte ciò accade quando stiamo male con noi stessi, quando il conforto e la vicinanza delle persone care non ci basta più, quando ci troviamo in situazioni che non riescono a essere affrontate solo con le nostre forze e con le risorse di chi ci sta accanto.

Se sono un po’ arrabbiato, un po’ spaventato, un po’ triste, un po’ preoccupato, posso trarre beneficio dalla chiacchierata con l’estraneo sul tram, con il barista mentre faccio colazione o con la parrucchiera mentre mi lava i capelli. Se le mie difficoltà sono un po’ maggiori, non avrò voglia di condividerle con chi non conosco e mi rivolgerò probabilmente a un familiare o a un amico. Loro mi potranno offrire maggiore aiuto, perché mi conoscono, mi vogliono bene e perché mi fido di ciò che mi dicono.

E quando questo non é sufficiente? Quando ho delle matasse che non riesco a dipanare, né da solo e né con l’aiuto di chi mi é vicino? Quando mi sento bloccato nelle scelte nonostante i consigli degli altri, quando non mi basta una buona tazza di cioccolata calda consumata a casa della mia migliore amica per farmi sentire meglio? Quando mi sento bloccato nella mia progettualità, quando la mia ansia non mi fa più vivere bene, quando mi sento solo e non compreso nella mia sofferenza, cosa posso fare?

Ci sono dei limiti all’aiuto che l’amicizia può fornire alle nostre difficoltà personali e questo é ciò che fa la differenza tra una relazione affettiva e una relazione terapeutica. C’é ancora qualcosa che si può fare, quando sembra che nessuno degli aiuti a disposizione possa essere di conforto: chiedere un aiuto professionale.

L’amico é coinvolto dalla situazione che gli presentiamo, non riesce ad essere obiettivo e distaccato e a volte non ci dice neanche tutto, per paura di ferirci o di perderci. Può accadere, pertanto, che si ripetano, all’interno dei rapporti amicali, gli stessi schemi che stanno alla base del disagio e non sia possibile prospettarsi modi diversi di gestione e di approccio alle difficoltà.  L’amico si trova all’interno del problema e non all’esterno. È coinvolto, con il pensiero e con le emozioni, in quello che con lui condividiamo.

La relazione con lo psicologo é una relazione nuova, molto diversa dalle altre relazioni e priva di “pre-concetti”. Il codice deontologico, a cui lo psicologo si deve attenere, recita, all’articolo 28: “Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale […]. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale”.

Infatti, mentre l’amico é coinvolto personalmente nelle vicende che ci riguardano ed ha pertanto anche degli “interessi” personali nella vicenda (che possono essere assolutamente “buoni”, come l’affetto che lo lega a noi e la voglia di non procurarci dolore, il desiderio di accondiscendere alle nostre aspettative, la paura di creare attriti nel rapporto con noi) lo psicologo é totalmente focalizzato sul paziente. Nel rapporto di amicizia ogni membro della stessa é focalizzato contemporaneamente su di sé e sull’altro, mentre nel rapporto terapeutico entrambe le persone sono focalizzate sul paziente.

Lo psicologo é tenuto al segreto professionale e questo permette a chi si rivolge a lui di poter parlare di questioni che potrebbero essere difficili da raccontare anche a un caro amico e che magari sono proprio il fulcro della sua problematica e per questo non riescono ad essere risolte.

Inoltre lo psicologo ha delle competenze che l’amico non ha: conosce in modo approfondito la mente umana, utilizza una serie di tecniche di intervento specifiche, e ha fatto un lavoro su se stesso che gli permette di non sporcare la relazione con le proprie inclinazioni e problematiche personali.

A volte “ci vorrebbe un amico”, altre volte ci vorrebbe qualcosa in più. E perché no, potrebbe essere l’amico stesso ad accorgersi di non poterci aiutare abbastanza e a consigliarci di chiedere un aiuto diverso e più professionale.

 
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