Home / Articoli / Pecore nere (di L.Salvai)

 

 

Era una giornata primaverile, ed io e mio fratello ci trovavamo a brucare nei pressi di un ruscello, sotto lo sguardo assonnato del pastore e del suo vecchio cane Smilzo. L’erba era particolarmente buona e benché fossimo ormai sazi, decidemmo di prolungare il piacere del palato, assaggiando ogni ciuffo che spuntava dal terreno umido, ma badando bene a non allontanarci troppo, evitando così il rischio di essere notati da Smilzo, che nonostante l’avanzata età, non aveva perso il suo pessimo carattere.

Il nostro non era un gregge molto numeroso e la vegetazione era abbondante, pertanto la convivenza al suo interno era normalmente pacifica, nonostante le notevoli differenze nella distribuzione del territorio.

Di tanto in tanto, però, nascevano delle piccole controversie, dovute principalmente al divario generazionale. I giovani erano meno disposti ad accettare le regole della nostra piccola società, che ritenevano ormai superate, e cercavano di imporre nuovi modelli alle vecchie generazioni, che erano state educate al rispetto della continuità culturale e vedevano, nella spinta innovativa delle giovani pecore, una mancanza di rispetto e un affronto all’autorità dei capi.

In cima alla gerarchia del gregge, vi era il capo Pecora Saggia, discendente del grande capostipite Pecora Bianca. Pecora Saggia aveva il potere di assegnare a ogni pecora una particolare zona del pascolo, la cui ampiezza dipendeva prevalentemente dal grado di nobiltà della pecora stessa. Io e mio fratello Pecora Morbida eravamo cognati di Pecora Saggia, pertanto avevamo il diritto di usufruire di una consistente zona di approvvigionamento.

Vi erano poi dei capi minori, a ognuno dei quali era attribuito un preciso compito: Pecora Sole ufficiava i riti religiosi e controllava la condotta del gregge, facendo in modo che venissero evitati comportamenti scorretti, in grado di suscitare le ire del pastore e del suo aiutante Smilzo; Pecora Doc aiutava le pecore malate e vecchie e le giovani madri ad occuparsi della loro prole; Pecora Colta insegnava le tecniche di approvvigionamento tradizionali e mostrava alle giovani pecore i pericoli dell’esistenza; e infine c’ero io, Pecora Allarme, che avvertivo il gregge in caso di pericolo.

Non avevo avuto, fino a quel giorno, grandi occasioni per emettere il belato d’allarme, poiché spesso Smilzo mi precedeva nell’avvistamento dei pochi predatori che si avvicinavano alla zona di pascolo. Ma quel giorno mi si presentò un’opportunità davvero unica, poiché il cane da pastore non dimostrò grande interesse per lo strano essere che uscì da un cespuglio e si mostrò improvvisamente al mio sguardo.

All’apparenza poteva sembrare una pecora come noi, ma nonostante avesse quattro zampe e il suo corpo fosse ricoperto da un folto rivestimento di lana, il colore del suo pelo presentava un’anomalia davvero singolare: era completamente nero. Capii subito che la sua apparizione non poteva che essere una minaccia alla tranquillità della nostra comunità, urlai quindi con tutto il fiato che avevo in gola, per avvertire gli altri del pericolo imminente. Tutte le pecore del gregge interruppero le loro attività e con il consenso di Pecora Saggia si spostarono dalla loro zona di approvvigionamento e si radunarono al centro del prato in atteggiamento di difesa. Anche io e Pecora Morbida ci spostammo velocemente, cercando di allontanarci il più possibile da quell’orribile mostro che ci guardava con occhi minacciosi. Il pastore gettò uno sguardo indifferente verso di noi, poi chiuse gli occhi e si appisolò, noncurante del nostro terrore.

La pecora nera emise un belato stridulo, e dalla siepe uscirono altre sei pecore nere, due delle quali erano di dimensioni più piccole. Poi tutte e sette si misero a brucare l’erba nella zona di prato assegnata a me e a mio fratello.

Continuarono per un po’ a mangiare e quando furono sazie, una delle pecore nere adulte alzò lo sguardo e si rivolse a noi. Disse che non dovevamo temere nulla, in quanto le pecore nere erano nostri simili, e non volevano farci del male. Chiedevano solo di potersi cibare dell’erba del nostro prato, peraltro abbondante e sufficiente a sfamare tutti, e di entrare a far parte della nostra società, essendovi state introdotte dal pastore stesso.

Dopo una breve consultazione, noi del gregge arrivammo alla conclusione che l’integrazione nella nostra comunità di esseri così brutti, nonché certamente inferiori, non avrebbe portato a nulla di buono e che certamente il pastore aveva introdotto tali orrende creature con lo scopo di servirci e non certo di mescolarsi alla nostra stirpe eletta.

Era impensabile che il nostro pastore si potesse addormentare contando delle pecore nere, come era impensabile che i nostri figli si accoppiassero con simili scherzi della natura, magari generando una prole a chiazze bianche e nere, una sorta di mucche in miniatura.

Decidemmo allora di schiavizzare la nuova razza, e di negarle la protezione del gregge, esponendola ai pericoli ed eventualmente sacrificandola ai predatori per placare la loro fame.

Le pecore nere furono costrette a eseguire i lavori più umili, quali pulire il terreno dalle ortiche o leccare la sporcizia accumulatasi sulla lana delle pecore malate o vecchie; in cambio si diede loro la possibilità di cibarsi di una piccola quantità di erba al giorno, nelle zone del pascolo meno rigogliose.

Ma alcuni membri del gregge iniziarono a lamentarsi per l’invasione di pecore nere sul loro territorio, le quali, intanto, si erano riprodotte aumentando consistentemente di numero.

Si decise dunque di attuare alcune regole drastiche di “controllo demografico”: quali il pecoricidio diretto (gettare i nuovi nati nelle acque del ruscello), il pecoricidio indiretto (privare del cibo necessario alla sopravvivenza i piccoli delle pecore nere, separandoli dalle madri e impedendo loro di berne il latte), l’astinenza sessuale (ostacolare il più possibile gli incontri tra i maschi e le femmine), e l’aborto indiretto (privare le pecore nere incinte del cibo necessario durante la gravidanza, diminuendo le loro possibilità di sopravvivenza e quelle dei loro figli).

Il piano sembrava soddisfare tutte le pecore bianche, e il giorno in cui il capo Pecora Saggia e noi capi minori lo esponemmo agli altri membri del gregge fu uno dei primi giorni sereni della nostra comunità dopo l’arrivo delle pecore nere sul nostro territorio.

Quel giorno ci ritirammo alla fattoria con un rinato ottimismo e ci accingemmo a trascorrere una nottata serena e caratterizzata da sogni densi di speranza.

Il mattino successivo il pastore ci condusse in un grande recinto: c’eravamo tutti, bianchi e neri. Era arrivato il momento della tosatura.

Il pastore lavorò tutto il giorno e quando il suo lavoro fu terminato mi guardai intorno. Non vidi più pecore bianche e pecore nere.

In quel momento tutto mi fu chiaro: una volta tolta la lana, non eravamo altro che pecore.

 
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