Home / Articoli / Il camaleonte (di L.Salvai)

 

“Non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi”

 Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”

CAPITOLO I

Era un giorno di pioggia, malinconico e romantico. Aprii la finestra del salotto e guardai il prato sottostante: l’erba emanava un profumo inebriante.

Sentii dei passi familiari dietro di me, e senza voltarmi dissi: “Mamma, non ti sembra una giornata meravigliosa?”. Mia madre si avvicinò, guardò fuori, e annuì.

Le gocce scendevano dal cielo con ritmo costante, quasi ipnotico, cadendo sulle foglie degli alberi, sui fili d’erba e sui fiori appena spuntati, sulle case e sull’asfalto, cambiando l’aspetto del paesaggio.

Rimanemmo per un po’ in silenzio, a respirare l’aria fresca della primavera, i gomiti appoggiati al davanzale e le mani a sostenere il mento.

Oltre la recinzione che delimitava il prato di fronte a noi, un passante camminava svelto riparandosi la testa con un giornale, attento alle macchine che si avvicinavano e pronto ad evitarne gli schizzi. Mi domandai, in quel momento, se l’uomo non avrebbe fatto meglio a mettere il giornale sotto la giacca, salvando così una sicura fonte di notizie a scapito di qualche goccia in più sulla testa, che tra l’altro era completamente rasata.

Mi venne in mente una scena molto buffa, alla quale avevo assistito qualche anno prima: era il mese di agosto, e mi trovavo in spiaggia con degli amici quando, all’improvviso, il cielo si fece scuro e iniziò a cadere una pioggerella del tutto propizia, vista la temperatura di quel pomeriggio. A qualche metro da me, due bambini stavano giocando sul bagnasciuga; erano seduti sulla sabbia e ad ogni onda che arrivava a bagnarli, lanciavano un urlo divertito. Una donna, probabilmente la madre, che fino a quel momento era stata seduta su una sedia a sdraio sotto un ombrellone a leggere, si alzò di scatto, tese il braccio per verificare che stesse veramente piovendo e gridò loro: “Presto, venite via da lì che piove, altrimenti vi bagnate tutti!” …

Mi accorsi in quel momento che mia madre stava parlando e le prestai attenzione. Stava dicendo che, da quando ero andata ad abitare da sola, sentiva molto la mia mancanza e che era contenta quando poteva passare un po’ di tempo con me. Mi fece sorridere il pensiero che abitavo ad appena cinque chilometri da lei ed ero sua ospite fissa, a pranzo, ogni domenica. Capivo comunque che non era la stessa cosa di prima, per lei.

Guardai l’orologio e mi accorsi di averlo fatto già più volte, senza mai aver visto realmente l’ora. Era un po’ sciocco protrarre le abitudini frenetiche della settimana lavorativa in quel giorno di tranquillità.

Chiesi a mia madre se aveva in mente qualcosa per il pomeriggio, e la mia domanda le fece ricordare, ad un tratto, il motivo per il quale era venuta a cercarmi.

Disse che lei e mio padre avevano preso dal ripostiglio una scatola di vecchie foto, e mi chiese se volevo aiutarli a riordinarle.

Accettai con entusiasmo, poiché mi trovavo nello stato d’animo adatto per immergermi nei ricordi.

Mi diressi in cucina, e trovai mio padre già “al lavoro”. Stava cercando di mettere in ordine cronologico le varie fotografie, ragionando sulle persone o sui luoghi nei quali erano state scattate, sui vestiti e sulle pettinature, sulla presenza di un animaletto domestico ormai morto, o di una stanza nella quale i mobili erano stati cambiati o spostati da tempo.

Mi misi a sedere alla sua destra, mentre mia madre si accomodò al lato opposto.

Mi accorsi subito, che oltre allo scatolone di cui mi aveva parlato, sul tavolo c’erano anche delle grosse buste di cartone. Incuriosita, le aprii, e vi trovai degli ingrandimenti di dimensioni 30×40 in bianco e nero.

Capii che doveva trattarsi delle foto che mio padre aveva fatto, negli anni ’70, per partecipare ad alcuni concorsi fotografici. La fotografia era stata una delle sue grandi passioni, e mia madre mi aveva raccontato che in quel periodo la casa era diventata una specie di studio fotografico e la cucina un’improvvisata camera oscura, all’occorrenza.

Tra le varie singolari immagini che mi capitarono tra le mani, molte delle quali erano state stampate più volte, forse per cercare la giusta luminosità, ne vidi una bellissima, che avevo già avuto occasione di vedere molti anni prima quando, piccola e curiosa, avevo rovistato nell’armadio di papà..

Era la foto di un clochard; girovagava nel nostro quartiere, quando mio padre l’aveva immortalato con il suo cortese consenso. Aveva un’età di certo superiore ai quarant’anni, ma difficile da stabilire con certezza. I suoi capelli e la sua barba, entrambi lunghi e grigi, le rughe profonde che gli solcavano la fronte, potevano forse farlo apparire più vecchio di quanto non fosse in realtà ed essere invece l’inevitabile conseguenza di un’esistenza difficile.

Ricordo che, quando ero bambina, credevo che quell’uomo con gli abiti stracciati e lo sguardo intenso fosse Gesù. In effetti, adesso, potrei affermare che i suoi lineamenti non sono così diversi da quelli del Cristo rappresentato nelle opere degli artisti.

Chiesi a mio padre il permesso di prendere una copia della foto che riprendeva in primo piano il volto del mendicante. Arrivata a casa, la misi in una cornice e la appoggiai sul ripiano più alto della libreria del salotto. E’ rimasta sempre lì, da quel giorno.

Ancora oggi, ogni volta che guardo l’immagine di quell’uomo sconosciuto, mi chiedo come possa essere stata la sua vita, chi fosse e se la saggezza che il suo volto esprimeva fosse veramente presente in lui.

Vorrei potergli dire che il suo sguardo confortante mi ha accompagnata durante molti momenti di riflessione e di dolce solitudine.

Chissà se lo farebbe felice sapere di essere stato così importante per qualcuno che non ha neanche mai conosciuto. Ogni tanto cerco di immaginare quei brevi istanti in cui egli è stato un protagonista, davanti all’obiettivo; lo vedo mettersi in posa, mentre mio padre mette a fuoco la sua immagine. Il breve istante di qualche “CLIC”, poi tutto è tornato come prima, per lui….

CAPITOLO II

Sono appena le sei del mattino, e fa già un caldo terribile. Sono rimasto vestito per tutta la notte, e la stoffa mi si è appiccicata addosso. Questa camera d’albergo fa schifo e si respira un odore sgradevole, quasi ripugnante.

E’ il mio odore.

Sembro un animale rinchiuso nella sua tana, in attesa della sua preda, pronto a saltare fuori al minimo movimento.

Questa volta sono nervoso. Questa volta sarà l’ultima volta.

Con l’avanzare dell’età, aumenta il rischio di essere catturato. La prigione non fa per me. Ci sono stato una volta, quando ero un ragazzino. Morirei, piuttosto di tornarci.

Mi piace l’idea di “uscire di scena” con un ultimo spettacolare trasformismo, quello meglio riuscito di tutti. Questo “ruolo” si adatta bene alla mia età, e quello che mi appresto ad interpretare è un personaggio affascinante, misterioso.

La zona dove mi trovo è poco frequentata, l’ideale per chi, come me, vuole passare inosservato. Le stanze dell’albergo si trovano in una struttura indipendente, rispetto all’edificio principale. E’ una struttura a ferro di cavallo, che dista circa un chilometro dalla strada più vicina.

In questa stagione, quasi tutte le camere sono libere. Le prostitute ed i loro clienti, durante l’inverno, sono frequentatori assidui dei posti come questo. D’estate, invece, si vedono raramente.

E’ quasi ora di uscire.

Mi siedo sul bordo del letto e mi accendo una sigaretta.

Ho ancora un po’ di tempo.

Pensare…pensare….trovare la giusta concentrazione…

Ho studiato tutto alla perfezione…Alle otto lei esce di casa per recarsi al lavoro. Si sveglia alle sette. E’ sempre di fretta a quell’ora, lo so perché la osservo da molti giorni. Aprirà la porta senza riflettere. Entrerò in casa con una scusa, o con la forza, se sarà necessario.

E poi….

Ho già visto questa scena mille volte nella mia testa, mille volte. Sarà tutto perfetto. Perfetto.

Sì, questa volta deve essere davvero l’ultima. Sono già molto più vecchio della media….quelli come me, raramente riescono a sfuggire alla legge così a lungo…sono stato fortunato….e abile…

Non so….non so se riuscirò a smettere. Ogni volta il desiderio in me aumenta, ogni volta divento più audace.. il gioco si fa sempre più pericoloso.

Ho già commesso qualche errore. Due delle mie vittime sono rimaste in vita il tempo sufficiente a dare una mia descrizione alla polizia.

Ma hanno descritto due uomini diversi…

Nessuno ha mai collegato i delitti.

Nessuno mi può catturare. Sono troppo furbo…

Sono le sei e mezza. E’ ora di uscire. Sono eccitato all’idea di vederla. E c c i t a t o.

Dovrò nascondere la macchina….nasconderla in un posto non troppo lontano dalla casa. Magari nel boschetto, da dove la spiavo….

Sono nella strada di fronte a casa sua. Tra poco busserò alla sua porta.

Non mi lavo da molti giorni, forse da settimane, non ricordo.

Le mie unghie sono lunghe e nere. Sarà bello affondarle nella sua carne.

Le mie mani hanno lo stesso odore dell’immondizia. Sarà bello toccare la sua pelle profumata.

I miei capelli e la mia barba sono cresciuti a dismisura e sono duri, al tatto. Sarà bello baciarla….

Attraverso la strada. Mentre cammino, il vestito di stracci che ho addosso mi sfiora le caviglie. Il coltello è nascosto lì sotto. Arrivo all’ingresso della casa. Alzo il pugno per bussare.

La porta si apre. Non ho ancora bussato e la porta si apre. Il marito. E’ il marito. Non è possibile. Lavora sempre di notte. Di solito arriva quando lei esce. Avrebbe dovuto trovare lui il suo cadavere….

Mi guarda. Cerco di dire qualcosa, ma sono come impietrito.

Chiama la moglie. Le chiede di portare qualche spicciolo e un po’ di pane. Il mio travestimento è “bruciato”. Non interpreto mai due volte lo stesso personaggio.

Prendo il pane e i soldi. Sto per allontanarmi, ma lui mi ferma. Mi chiede un favore.

Vuole farmi qualche foto….

 
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