Home / Articoli / Giornata mondiale contro la violenza sulle donne (di L.Salvai)

 

“Viviamo in un mondo in cui ci nascondiamo per fare l’amore,

mentre la violenza e l’odio si diffondono alla luce del sole”.

(John Lennon)

Il 25 novembre si celebra in tutto il mondo la giornata contro la violenza sulle donne, vittime, purtroppo, in ogni cultura, società e classe sociale, di squilibri di potere, ignoranza, omertà, prevaricazione, sfruttamento.

La violenza sulle donne si esprime in varie forme:

  • Violenza fisica (picchiare, strattonare, spingere, soffocare, strangolare, usare armi o corpi contundenti, danneggiare o distruggere oggetti appartenenti alla vittima).
  • Violenza sessuale (le molestie, l’abuso, il tentativo di stupro, lo stupro, ma anche le pretese sessuali: forzare il consenso con il ricatto, facendo leva sui sensi di colpa, o minacciando il tradimento o l’abbandono).
  • Violenza psicologica (schiacciare la donna con gli insulti, farla sentire inutile e stupida, criticare ogni suo comportamento, svalutarla, deriderla, minacciarla, isolarla, denigrarla in pubblico, ecc.), tanto più grave quanto più è esercitata all’interno di legami affettivi significativi (famiglia, coppia).

La violenza psicologica è presente anche nell’ambito di quella fisica o sessuale: essere nelle mani di una persona più forte, non potersi difendere, vedere violati i propri diritti e la propria dignità, ha sempre un impatto fortissimo sulla persona. Per questo le conseguenze psicologiche delle aggressioni sono spesso più difficili da guarire rispetto ai danni di tipo fisico.

  • Violenza economica (es. tenere in scacco il partner controllando le finanze domestiche, non permettendogli di lavorare o di avere un conto in banca, rinfacciare le spese, appropriarsi dei beni dell’altro, ecc.).

Nell’ambito di questi diversi tipi di violenza, troviamo anche fenomeni come quello dello stalking. Lo stalking è una vera e propria guerra psicologica messa in atto nei confronti della vittima designata, attraverso telefonate, sms, e-mail, pedinamenti, invio di lettere e fiori, divulgazione di notizie personali e notizie false (anche attraverso il web), minacce e ricatti, ecc. Il termine “stalking” significa “fare la posta, pedinare, braccare”; in italiano non è stato trovato un termine equivalente abbastanza preciso e generalmente per questo si usa la parola inglese.

Lo stalking è caratterizzato da una distorsione della comunicazione tra vittima e persecutore, che hanno una percezione molto diversa in merito al significato e all’intensità della loro relazione. I comportamenti molesti vengono portati avanti nonostante l’assenza di consenso della vittima o il suo chiaro dissenso, anzi, anche i maltrattamenti e gli insulti della vittima vengono generalmente percepiti come un incoraggiamento.

Lo stalker può essere una persona che fraintende i rapporti con la propria vittima e cerca di costruire con lei una relazione impossibile e idealizzata, o che ha del risentimento e sente di aver subito delle ingiustizie (in questo caso il suo scopo principale è la vendetta, come accade anche nel revenge porn), oppure una persona respinta che cerca in modo assolutamente distorto la riconciliazione di una relazione precedente.

Gli scopi e gli avvenimenti scatenanti possono essere molteplici e anche la modalità attraverso cui la persecuzione viene messa in atto. Lo stalking non è infatti un fenomeno omogeneo, e non può neanche essere sempre ricondotto ad un disturbo psichico del persecutore.

Si tratta di esperienze molto difficili, che intaccano fortemente il senso di sicurezza della vittima, fino a portarla a evitamenti generalizzati a tutte le situazioni della vita e a conseguenze psicologiche ed emotive importanti.

Vi sono infine tipi di violenza culturalmente accettati (ad esempio le mutilazioni genitali femminili, o le esecuzioni basate su leggi sostanzialmente contrarie all’emancipazione della donna) e violenze perpetrate nell’ambito di situazioni specifiche, quali la guerra (stupri di massa).

Essere vittime di violenza porta a delle conseguenze:

  • Di tipo emotivo: paura, vergogna, rabbia, senso di colpa. Il senso di colpa è spesso generato dalla sensazione di impotenza: meglio sentirsi responsabili e credere quindi di aver avuto una parte attiva nella situazione, piuttosto che sentire di essere stati totalmente in balìa degli eventi in modo passivo. Se ho commesso degli errori che hanno causato la violenza, potrò evitarla non commettendone più, stando attenta, mentre se la violenza di cui sono stata vittima non è sotto il mio controllo, allora potrà risuccedere, e sarò nuovamente impotente di fronte ad essa.
  • Di tipo psicologico: ansia, depressione, disturbi del sonno, irritabilità, somatizzazioni, ipervigilanza, disturbo post-traumatico da stress, scarsa autostima, distacco emotivo, amnesia, paura dell’intimità, ecc.
  • Di tipo sociale: lavorative, relazionali (ritiro sociale, solitudine, evitamento, rottura delle relazioni, ecc.).

A volte la violenza viene perpetrata a livello transgenerazionale (vittima che diventa aggressore: ad esempio questo succede in molti casi di bullismo), altre volte la vittima delle violenze si rivittimizza, coinvolgendosi continuamente in relazioni problematiche simili. Per questo è importante che le persone coinvolte in questo tipo di dinamiche relazionali trovino un supporto di tipo psicologico e non solo medico o legale.

La vittima può essere casuale (es. rapina, scippo, stupro da parte di un estraneo), oppure può avere una relazione con l’aggressore. Essere vittima casuale è molto più raro rispetto all’essere vittima all’interno di relazioni personali. La violenza è molto più frequente nelle mura domestiche, tra partner, tra genitori e figli, o comunque nell’ambito di relazioni di conoscenza. Nonostante le statistiche sui reati legati ai maltrattamenti e agli abusi sulle donne siano limitate al numero di denunce, sicuramente inferiore alla reale diffusione del problema, sappiamo che la violenza di genere è un fenomeno molto diffuso.

Le violenze più frequenti e meno denunciate sono quelle che avvengono all’interno di un rapporto di fiducia (partner, ex-partner, amici, parenti) o di soggezione (datori di lavoro, insegnanti, medici, ecc.).

Quando si è vittima in ambito familiare o nella relazione di coppia, è più difficile trovare vie di uscita: spesso c’è una dipendenza di tipo affettivo o economico, oppure si vive nella continua speranza di poter cambiare l’altro o che l’altro smetterà di essere violento appena si riuscirà a non commettere più errori (mi ha picchiata perché ho bruciato il risotto, perché è geloso e io ho guardato quell’uomo all’altro tavolo, ecc.), o nel tentativo di salvaguardare l’unità familiare.

Purtroppo c’é ancora molta strada da fare per contrastare il fenomeno della violenza di genere: le risposte istituzionali e legislative/giudiziarie sono spesso inadeguate (punizione dei reati), mancano ancora molti strumenti a livello di prevenzione del fenomeno e accoglienza e protezione delle vittime.

È stata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a volere che questa giornata si celebrasse in tutto il mondo, allo scopo di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica su questo tema. Il 25 novembre é una data simbolica, perché all’inizio degli anni Sessanta, nello stesso giorno, furono uccise due sorelle che avevano combattuto contro il regime dittatoriale dominicano di Trujillo. Per loro e per tutte le donne torturate, uccise, violentate, picchiate, abusate, oppresse, il mondo si unisce, per dire basta alla violenza di genere, perché “ciò che […]  spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni” (Martin Luther King).

 
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