Home / Articoli / Emozioni: conoscerle, nominarle, viverle (di L.Salvai)

 

Le emozioni ci accompagnano durante tutto il corso della nostra vita, fin dalla nascita. Il neonato, è già dotato di una gamma di emozioni, che gli permettono di comunicare all’adulto i suoi bisogni e chiedergli vicinanza e cura senza utilizzare il linguaggio verbale, non ancora sviluppato, assicurandosi la sopravvivenza in un periodo di elevata vulnerabilità. Senza le emozioni e la capacità di trasmetterle, i bambini non sarebbero in grado di sopravvivere, dato che, a differenza di altri animali che sono da subito autosufficienti, il cucciolo dell’essere umano non è in grado di provvedere a se stesso per un tempo molto lungo.

A mano a mano che cresciamo, le emozioni diventano via via più complesse e ci permettono non solo di comunicare agli altri come stiamo, ma anche di capire come stanno gli altri, quali sono le loro intenzioni, spingendoci ad agire, sia per modulare i nostri stati interni e sia per raggiungere le nostre mete e i nostri scopi. Ad esempio, se siamo spaventati, saremo spinti a scappare oppure a cercare aiuto. Se siamo arrabbiati saremo spinti ad attaccare. Se tristi, cercheremo, a volte, conforto nelle altre persone.

Le emozioni ci parlano attraverso il nostro corpo (ad esempio quando abbiamo paura il nostro battito cardiaco accelera e i muscoli si predispongono alla fuga) e attraverso il corpo degli altri (attraverso la loro postura, le espressioni del loro viso, le loro carezze, ecc.) e attivano i nostri pensieri, guidando i nostri piani di azione.

Le emozioni sono, perciò, un fattore fondamentale della nostra vita personale e sociale e un elemento comunicativo di base che ci permette di metterci in relazione con le altre persone.

Le emozioni sono degli stati sia mentali che fisiologici che vengono suscitati da stimoli esterni o interni, sia naturali che appresi, e hanno due principali funzioni: quella di autoregolazione e quella relazionale.

Cosa significa che le emozioni sono degli stati sia mentali che fisiologici o, per usare una parola unica, degli stati psicofisiologici? Significa che le emozioni coinvolgono sia la nostra mente che il nostro corpo. Pensiamo di trovarci in uno zoo e di venire a sapere che un leone è appena uscito dalla sua gabbia: saremo molto spaventati (l’emozione è la paura, in questo caso) e avremo dei pensieri su quale sia la via di fuga più vicina per sfuggire al suo attacco ma, allo stesso tempo, avremo un battito cardiaco accelerato e un aumento della respirazione, e molto del nostro sangue verrà convogliato ai muscoli  delle nostre gambe, per predisporle alla fuga.

Abbiamo detto che queste modificazioni psicofisiologiche avvengono in conseguenza a degli stimoli che possono provenire dall’ambiente esterno oppure dal nostro interno. Uno stimolo esterno può essere, ad esempio, una persona che ci ruba il parcheggio proprio sotto il nostro naso, e fa sì che si attivi in noi la rabbia. Ricordare una persona che non c’è più e immaginarci quando eravamo con lei, invece, è uno stimolo che viene dal nostro interno, dalla nostra mente, e che può renderci tristi oppure nostalgici. Pensare al primo appuntamento di questa sera con l’uomo o la donna che ci piace ci può, al contrario, far sentire felici ma anche un po’ timorosi.

Gli stimoli che sollecitano le nostre emozioni possono essere naturali oppure appresi. Ad esempio è naturale essere spaventati da un rumore forte e improvviso, è appreso avere paura di un animale totalmente innocuo o provare disgusto per la sessualità. Si tratta in questi ultimi due casi di qualcosa che nasce da esperienze personali negative e che non è innato e non ha quindi uno scopo legato alla nostra sopravvivenza.

Infine le emozioni hanno una duplice funzione: quella dautoregolazione e quella relazionale. L’autoregolazione consiste nella comprensione delle nostre modificazioni psicologiche e fisiologiche e ci permette di agire per raggiungere determinati scopi personali (ad esempio: avere paura e cercare rifugio da un pericolo). La funzione relazionale delle emozioni, invece, ci permette di far capire agli altri queste nostre modificazioni e comprendere le loro. Nell’esempio che abbiamo fatto prima del bimbo appena nato, vediamo come il suo pianto possa far sì che la madre si avvicini a lui e se ne prenda cura, dandogli da mangiare se ha fame, massaggiandogli il pancino se ha male alla pancia, cullandolo se non riesce a dormire.

Senza le emozioni non saremmo in grado di capire i bisogni degli altri e, se anche li capissimo, non saremmo così propensi ad aiutarli: infatti siamo predisposti ad avvertire delle emozioni negative quando qualcuno di fronte a noi soffre. La mamma che accudisce il bambino, quando il bimbo smette di piangere, prova sollievo, perché la natura ci ha dato la capacità di metterci al posto dell’altro e di provare emozioni negative di fronte al suo disagio e sofferenza, spingendoci ad agire per mettervi fine o almeno ridurla.

Quindi sia nel caso dell’autoregolazione e sia nel caso della relazione, le emozioni ci spingono sempre ad agire. Pensiamo a come cerchiamo di ripetere un’esperienza che è stata per noi piacevole, ad esempio, o a quando andiamo via arrabbiati perché il nostro partner ci ha fatto qualcosa che ci ha feriti; se vediamo un cane sofferente per la strada, possiamo provare pena e cercare di fare qualcosa per aiutarlo.

Gli esempi sono davvero infiniti, perché sono infinite le volte che usiamo, senza neanche accorgercene, le nostre emozioni e quelle degli altri per regolare le nostre azioni e per prefiggerci le nostre mete e obiettivi. Infatti, fintanto che un’emozione spiacevole perdura, siamo in grado di capire che il nostro obiettivo non è stato raggiunto e continueremo a produrre azioni al fine di poterlo raggiungere. La madre del nostro esempio continuerà a cullare il bambino finché proverà la spiacevole sensazione di non essere riuscita ad alleviare il suo disagio e solo quando il bambino smetterà di piangere e si addormenterà, la mamma proverà sollievo e questa emozione piacevole le dirà che il suo scopo è stato raggiunto e potrà quindi interrompere l’azione.

Le emozioni ci informano su come stiamo e ci informano sulle intenzioni e il modo in cui stanno gli altri, tanto da essere spesso “contagiose”. Quante volte ci è capitato nella vita di essere tristi vedendo qualcuno che amiamo che è triste? Questo significa provare un’emozione che valutiamo probabilmente essere provata dall’altro, grazie all’empatia, cioè alla capacità di rispecchiare gli stati d’animo altrui e comprenderli (di metterci nei loro panni).

Le emozioni sono un vantaggio, ma possono essere anche uno svantaggio, perché ogni nostro stato mentale è visibile a chi osserva, in quanto si manifesta nel corpo. Noi, infatti, a volte, cerchiamo di mimetizzarci e di non far capire, a chi ci sta intorno, i nostri stati interni.

Il nostro corpo è, però, molto più difficile da controllare rispetto al nostro linguaggio verbale: possiamo dire che stiamo bene, ma l’espressione del nostro volto tradire il nostro malessere, possiamo dire a qualcuno che gli vogliamo bene, ma allo stesso tempo rifiutare la sua vicinanza, ritraendoci.

Abbiamo detto che le emozioni regolano le nostre relazioni. Allo stesso tempo, però, le relazioni stesse, soprattutto quelle che abbiamo vissuto nei primi periodi della nostra vita, regolano le nostre emozioni. Le relazioni con gli altri fanno sì, infatti, che le emozioni possano in qualche modo assumere un significato nella nostra vita, possano essere da noi riconosciute e regolate.

Infatti, noi possiamo, in base a quella che è stata la nostra esperienza relazionale delle emozioni:

-Riconoscere o non riconoscere le nostre emozioni.

-Riconoscere o non riconoscere le emozioni degli altri.

-Riconoscere le nostre emozioni ma non saperle nominare (mi batte il cuore, ma non so se ho paura o rabbia).

Provare un’emozione, saperla nominare, ma non poterla modulare, cioè subirla e non poterla usare per raggiungere i nostri scopi.

Le emozioni, quindi, pur essendo una dotazione naturale dell’uomo, vengono esercitate nell’ambito delle relazioni e queste relazioni possono permettere oppure ostacolare la loro espressione, il loro riconoscimento, la loro regolazione.

Pensiamo a come un bel brano musicale possa diventare fastidioso se ascoltato al massimo del volume; pensiamo invece a come sia difficile godersi lo stesso brano, se lo stereo è a un volume così basso da non riuscire a percepirne la melodia. La regolazione delle emozioni è proprio questo: sintonizzare il volume delle stesse ad un grado che sia congeniale, che ci permetta di esperirle e lasciarci guidare da loro, e che faccia sì che esse ci permettano di vivere e non ci travolgano.

Come dice una canzone di Vasco: “ho fatto un patto con le mie emozioni, le lascio vivere, e loro non mi fanno fuori”.

 
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