Home / Articoli / Davide e Golia – Psicologia della difesa personale (di L.Salvai)

 

Spesso mi è capitato di essere invitata dalle palestre per introdurre i corsi di difesa personale. Voi chiederete: perché parlare di psicologia in un corso di difesa personale? Una delle prime risposte che mi vengono in mente, quando sento questa domanda, è che l’uomo è un’unità psicofisica ed è fatto di una mente (quindi di pensieri), di un corpo e quindi di sensazioni, e di emozioni (che sono degli stati sia mentali che fisiologici).

A volte vi è un’influenza che parte dall’alto e va verso il basso (il pensiero che influenza il corpo): ad esempio, se penso che sono un’incapace, che tutti gli altri sono più bravi e preparati di me, che sicuramente farò una brutta figura in campo, probabilmente giocherò la mia partita di calcio non al massimo delle mie prestazioni; allo stesso modo, se mi sento debole, ho una scarsa autostima e credo di non avere sufficienti risorse personali per affrontare un avversario, probabilmente l’essere alto, agile e muscoloso non sarà sufficiente per vincere le mie resistenze interne e se l’altro è più scaltro e più sicuro di sé, anche se meno forte fisicamente, potrà avere delle chance maggiori di battermi.

Altre volte, invece, l’influenza parte dal basso e va verso l’alto (il corpo che influenza il pensiero): se mi alleno ogni giorno e vado a correre, quando mi troverò in una situazione di pericolo avrò probabilmente maggiore fiducia nelle mie capacità e possibilità di fuga. Allo stesso modo, se frequento un corso di difesa personale, potrò acquisire un maggiore senso di autoefficacia, una maggiore sicurezza, e aumentare la mia autostima.

Ovviamente anche la terza componente, quella emotiva, può influenzare le altre due (pensiamo a come la paura possa a volte paralizzare il pensiero e l’azione).

ESSERE DAVIDE E GOLIA:

Nella difesa personale è tanto importante la componente fisica quanto quella psicologica.

Se la dimensione e la forza dell’avversario fossero gli unici fattori determinanti per l’esito di uno scontro, rafforzare il proprio corpo e imparare tecniche di combattimento sarebbe, in molti casi, inutile. Ma le cose non stanno in questo modo, altrimenti non potremmo raccontare la storia di Davide e Golia e crederla possibile.

Essere sia Davide che Golia significa dare importanza allo stesso modo a tutte queste componenti fondamentali che sono la mente, il corpo e le emozioni. È importante lavorare sul corpo per sentirsi più forti, così come è importante lavorare sulla mente e sulla regolazione dei propri stati emotivi. Essere forti fisicamente può fare la differenza, ma non basta, quando ci troviamo di fronte a una minaccia per la nostra sicurezza. È necessario anche avere determinazione, saper controllare le proprie reazioni e saper valutare la strategia migliore da adottare per limitare il più possibile i danni.

Sapersi difendere è, prima di tutto, avere una mentalità difensiva, saper riconoscere le situazioni di pericolo ed esporsi il meno possibile a esse.

Difendersi non significa necessariamente attaccare. A volte per gestire la situazione in cui ci si trova e il tipo di avversario che si ha davanti, è più utile usare delle strategie alternative (ad esempio fuggire, chiedere aiuto, sedare la situazione verbalmente per evitare che la tensione sfoci in violenza, ecc.). Usare la strategia giusta per la singola occasione, richiede una buona conoscenza di sé e delle proprie risorse personali ed emotive e una buona capacità di leggere le intenzioni e gli stati d’animo dell’altro.

Capire le intenzioni di chi abbiamo davanti e saper controllare le nostre reazioni in modo proporzionato e consono alla situazione, può essere utile per evitare o ridurre i danni conseguenti.

Conoscere delle tecniche di difesa aiuta ad aumentare il proprio senso di sicurezza, ma la consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti e la padronanza delle proprie reazioni emotive è fondamentale quando si tratta di applicarle nelle diverse circostanze reali, generalmente molto diverse da quelle dell’ambiente sicuro della palestra.

DIFENDERSI È:

– Disporre di strumenti psicologici per affrontare le situazioni che minacciano la sicurezza personale e per saperle riconoscere.

– Avere un adeguato senso di efficacia personale, che tenga conto dei propri punti di forza ma anche di quelli di debolezza, in modo da poter affrontare le situazioni senza sopravvalutare o sottovalutare le proprie capacità di farvi fronte.

– Essere in grado di utilizzare adeguate modalità di comunicazione a livello interpersonale (sia a livello verbale che non verbale).

– Riconoscere i propri stati interni (emozioni) per saperli regolare al meglio nelle situazioni di pericolo.

LE FERITE:

Il nostro corpo possiede una serie di meccanismi di autoriparazione, e così la nostra mente. Un taglio su un dito, a volte, guarisce spontaneamente; altre volte richiede di essere disinfettato; altre ancora, per fermare il sangue, è necessario mettere un cerotto ma, dopo qualche giorno, tutto torna come prima e non ci si ricorda neanche più di aver avuto una ferita. Ci sono alcuni tagli, però, più profondi, che richiedono qualche punto di sutura e che lasciano delle cicatrici. Quei tagli non guariscono da soli, ma è necessario richiedere un aiuto esterno (ad esempio andare in ospedale).

Anche dal punto di vista psicologico, ci sono delle esperienze che vengono facilmente metabolizzate e incorporate nella nostra storia di vita, dei problemi che hanno meccanismi di riparazione automatici o comunque rapidi, e delle situazioni che invece non riusciamo a superare da soli. Magari ci si sente impotenti, si vive o si è vissuta una esperienza di violenza, sia essa fisica o psicologica, subita sulla propria pelle o assistita, si ha paura, non ci si sente sicuri anche dove i pericoli non ci sono. In questi casi è importante trovare il coraggio di chiedere aiuto.

 
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One Comment

  1. «Perché difendermi?»

    L’articolo di +Laura Salvai tratteggia le componenti psicologiche presenti in chi decide di partecipare a corsi di difesa personale. Il modello teorico utilizzato, quello cioè dell’unità mente-corpo, è sicuramente efficace allo scopo di rendere evidente quanto psiche e soma siano strutturalmente e funzionalmente integrati.

    Le coppie mitologiche
    L’attività fisica o sportiva non implica riduttivamente l’allenamento del corpo al fine di acquisire forza, agilità, prontezza e potenza di reazione. Ne è la conferma la figura mitologica di Golia, gigante dell’esercito dei Filistei, certi di vincere la sfida grazie alla forza e alla spaventosa imponenza del loro front-men. Un altro personaggio simile è Achille, eroe leggendario della guerra di Troia e protagonista dell’Iliade, reso invulnerabile quasi del tutto dall’immersione nella acque dello Stige. Oppure il ciclope Polifemo, divoratore dei compagni di Ulisse, secondo l’Odissea di Omero. Oppure ancora il gigante con i piedi di argilla descritto nella Bibbia (Dan 2, 31-35). Sono tutti esempi di forza fisica, a volte brutale, considerata garanzia di sicura vittoria sul nemico, a sua volta rappresentato come fisicamente inferiore.
    Tuttavia la loro è una forza cieca, perché priva di pensiero o, meglio ancora, di intelligenza, e cioè priva della capacità di corretta appercezione, adeguata valutazione ed efficace discriminazione in vista di un vincente problem-solving. Ciò che manca ai giganti forzuti è la convinzione che anche loro hanno bisogno di difendersi. Il loro punto debole (rappresentato dalla fronte in Golia, dal tallone in Achille, dall’unico occhio in Polifemo e dai piedi nel gigante biblico) è il delirio dell’invincibilità. Privi della percezione di pericolo, non ritengono di doversi difendere, ma solo di attaccare, e così, alla fine, restano vittime di chi credevano di vincere. All’opposto, Davide, Ulisse, Paride e la pietra che rotola dalla montagna indicano gli aspetti vincenti dell’agire umano, e cioè la capacità di individuare i punti deboli e trasformarli in occasioni vantaggiose.
    E’ da notare però che sebbene le coppie simboliche citate tengano separati il vincitore e il vinto, in realtà è soltanto se vengono prese come un’unità che riescono a rappresentare la complessità psicosomatica dell’identità umana, e cioè le sue componenti di forza e di intelligenza, di corpo e di mente, di agire e di pensare. In tal senso, Davide colpisce Golia proprio là dove è più debole, e cioè nel pensiero. La pietra lanciata da Davide evidenzia il gigantesco delirio di Golia che paradossalmente rende il soldato privo di difese. La freccia avvelenata che uccide Achille lo colpisce nel piede, che lo rendeva l’invincibile «piè veloce», a dimostrazione che la vulnerabilità non è altra cosa dalle forze possedute, ma può celarsi inconsapevolmente all’interno di esse. Ulisse acceca Polifemo (letteralmente: che parla molto) rivelando così che le chiacchiere sono parole non pensate che possono divorare sé e gli altri (Ah, Bion: pensieri pensati da pensatori pensanti…). Infine, nel racconto biblico di Daniele il gigante è colpito nel suo unico punto debole, e cioè nei piedi, in parte fatti di ferro e in parte di fragile argilla. Tra l’altro, il gigante crolla perché i suoi punti di appoggio, i piedi, sono deboli, anche se tutto il resto è fatto di materiale robusto, compresa la testa fatta di oro puro. Il che significa che poco importa quale sia la parte sovrainvestita di sé, o la testa o i piedi, o la mente o il corpo; per stare in piedi (o meglio: per stare in Sé), è necessario che entrambi, testa e corpo, siano sani, siano cioè solidi punti di appoggio.

    Difendersi è necessario
    E’ emblematico che qualcuno senta il bisogno di frequentare corsi di difesa personale. Queste persone ci ricordano che difendersi è un bisogno che va soddisfatto per rispondere ad una funzione che l’evoluzione ha selezionato per la sopravvivenza, non solo dell’uomo ma di ogni essere vivente. Ma perché difendersi? E da cosa?

    La prospettiva paranoidea
    Se restassimo ad un livello superficiale, le risposte sarebbero scontate: perché il mondo è fatto di minacce che possono ferirmi o perché gli altri possono approfittarsi di me o perché sono cattivi… Se questo fosse il significato assunto, allora sarebbe difficile distinguere chi sia colui che deve difendersi tra Davide e Golia, perché entrambi scendono in campo come reciproci nemici e quindi come soggetti minacciosi uno per l’altro. Se dunque si assume una prospettiva paranoidea, il rischio è di considerare il debole Davide come la vittima indifesa e il gigantesco Golia come il carnefice invincibile. Il primo deve difendersi, il secondo no. Ma se così fosse, se cioè Davide fosse stato davvero ritenuto un innocuo ragazzino con una banale fionda in mano, perché spingergli contro il più abile guerriero filisteo, rivestito di una corazza a piastre di bronzo e pronto a scagliare un giavellotto di più di 7 Kg di ferro?

    Difendersi dalle vulnerabilità personali
    No, la prospettiva paranoidea non è una chiave di lettura adeguata, ma iatrogena. Come ho già accennato, le coppie mitologiche vanno prese come un tutto indivisibile che indica l’identità psicosomatica dell’individuo. Il bisogno di difendersi che ciascuno di noi ha non va quindi rapportato alla realtà estrinseca, ma intrinseca. Ciò da cui è necessario difendersi non sono i pericoli esterni, ma interni. In altre parole, le sconfitte che temiamo non provengono dal confronto con il mondo esterno (gli altri e l’ambiente), ma quelle con il mondo interno (le rappresentazioni di sé, degli altri, dell’ambiente e delle relazioni conseguenti). Ciò che dunque minaccia l’integrità psicosomatica (e cioè l’adattivo funzionamento mente-corpo) non sono “gli altri”, ma le fragilità intese come esiti evolutivi insiti nel mondo rappresentazionale interno. Le nostre vulnerabilità, esiti del processo di crescita, i nostri tallone d’Achille e i nostri piedi d’argilla sono i punti deboli che richiedono delle difese adeguate, sono delle carenze (o deficit) che ci predispongono a crolli o sconfitte in momenti particolari dell’interazione con il mondo esterno e interno, che ci rendono meno efficaci nei processi di coping, inteso sia come adattamento sia come difesa. In altre parole, difenderci dalle nostre vulnerabilità è necessario per mantenere integra l’unità psicosomatica, cioè per “restare in piedi” nel corpo e nella mente.

    Gli espedienti di salvaguardia
    A complicare le cose va aggiunto che non tutte le difese sono allo stesso modo efficaci. Secondo la prospettiva classica, alcune sono difese mature (affiliazione, altruismo, umorismo, sublimazione…), altre invece immature (rimozione, proiezione, scissione…). In altre parole, quelle che ho chiamato vulnerabilità possono coincidere anche con meccanismi difensivi insani che perdurano nel tempo alimentando modalità di adattamento disfunzionali. In questo senso, è ancora più evidente quando il difendersi non sia da intendersi esclusivamente come il proteggere la propria fragilità da minacce esterne, quanto piuttosto farlo da processi intrapsichici, anche molto energici, che richiedono di essere trasformati in modalità più efficaci e adattive.
    L’espressione classica «meccanismi di difesa», di origine psicoanalitica, sembra quindi piuttosto limitante, poiché induce facilmente ad una prospettiva paranoidea. Il mondo interno non deve difendersi dall’esterno, ma trovare forme sempre più adeguate di adattamento per conservare la propria integrità. In questo senso, l’espressione di Alfred Adler, “espedienti di salvaguardia”, appare molto più esplicativa. Non si tratta solo di una questione lessicale, ma di prospettiva psicodinamica. L’integrità psicosomatica è l’obiettivo da perseguire nell’intero arco di vita attraverso degli “espedienti”, cioè degli accorgimenti individuali che non solo proteggono ma promuovono l’unità dell’individuo, favorendone l’adattabilità in modo flessibile ed efficace nelle diverse condizioni ambientali e relazionali.
    Ben venga dunque la possibilità di partecipare a corsi di difesa personale, purché guidata dalla convinzione che Davide e Golia sono parti di Sé che chiedono di essere riconosciute come opportunità per una migliore integrazione psicosomatica.

     

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