Home / Articoli / Abbassiamo il volume degli stereoTIPI (di L.Salvai)

 

“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio” 

A.Einstein

Siamo diamanti dalle mille sfaccettature, eppure spesso veniamo definiti attraverso una sola delle nostre caratteristiche: il colore della pelle, l’orientamento sessuale, la nazionalità, la professione, il sesso, ecc.

Un essere umano si distingue facilmente da un animale o da un oggetto, in quanto possiede delle caratteristiche appunto stereotipiche, proprio come le possiede un cane o un elefante.

Il nostro cervello è strutturato in modo da categorizzare secondo caratteristiche distintive tutto ciò che ci circonda, permettendoci, così, di non dover, ogni volta che ci troviamo di fronte a un elefante, chiederci che cosa sia.

Se vediamo un animale maculato con il collo e le zampe lunghi e ci troviamo in uno zoo o in Africa, certamente riconosceremo immediatamente di essere di fronte a una giraffa, così come quando entriamo nella sala d’attesa del nostro dentista, sapremo subito dove dovremo sederci e difficilmente useremo un tavolino a tale scopo.

La categorizzazione per stereotipi è utilissima e ci consente non solo di sapere con chi o cosa abbiamo a che fare ma anche come ci dobbiamo comportare: se siamo di fronte a una tigre, certamente non andremo ad accarezzarle la testa o a infilarle bocconi di carne in bocca, ma cercheremo un modo per metterci al sicuro, a meno che non si tratti di un peluche della Trudi.

Se un gatto ha quattro zampe, una coda, le vibrisse, miagola, e ogni tanto fa le fusa, lo sapremo riconoscere anche quando è un po’ più grande del solito o ha un manto di colore inusuale o addirittura è privo di pelo, come lo Spynx.

Anche un armadio può avere dimensioni diverse, essere costruito con i materiali più disparati ed avere diversi colori, eppure questo non ci impedisce di riconoscerlo e di categorizzarlo come armadio e non come credenza.

Perché non riusciamo, allora, a fare la stessa cosa, quando ci troviamo di fronte alle persone o ai gruppi di persone? Perché ci fermiamo ad analizzare una sola delle caratteristiche che contraddistinguono l’altro e non pensiamo invece a tutte le sue altre sfaccettature?

Ecco che lo stereotipo diventa allora pregiudizio, discriminazione. La persona “di colore” diventa la persona “diversa”, straniera, magari anche “pericolosa”. Non si vede un essere umano, con una personalità, dei gusti, dei legami relazionali, una professione. Il colore della pelle diventa il punto di osservazione unico da cui si valuta la persona nella sua globalità.

Una donna nigeriana che sta aspettando di fronte a casa il fidanzato che la venga a prendere è molto più probabile che venga importunata da qualche automobilista che le chiede il prezzo per delle prestazioni sessuali rispetto a una donna caucasica della stessa età, vestita magari anche in modo più provocante, che sta facendo la stessa cosa.

Diciamocela tutta, anche noi siamo persone “di colore”. Non siamo mica “bianchi”, ma abbiamo diverse sfumature del rosa, dal pallido al più intenso, a volte abbiamo la pelle olivastra e quando ci abbronziamo molti di noi diventano neri, altri rossi. Anche la pelle “bianca” è dunque uno stereotipo.

Gli stereotipi sono spesso causa di gravi conseguenze sulla vita delle persone e sul loro benessere personale e sociale. Sono alla base della xenofobia, dell’omofobia, della discriminazione sessuale sulle donne, delle lotte di religione, delle guerre.

Se da una parte gli stereotipi sono fondamentali, perché ci semplificano la vita e ci permettono di riconoscere con facilità ciò che ci circonda, guidando le nostre scelte, dall’altra conducono a letture errate della realtà, distorcendola, e portandoci a confermare in modo automatico le nostre aspettative anziché metterle in discussione. Quando riceviamo delle informazioni incongruenti rispetto allo stereotipo che ci siamo formati su una persona o un gruppo, difficilmente disconfermiamo le nostre credenze, bensì tendiamo a cercare degli elementi che possano controbilanciare tali nuovi aspetti, e validare la nostra visione.

Gli stereotipi rendono semplice ciò che è complesso ma, allo stesso tempo, portano a percepire il mondo esterno sulla base di una accentuazione di determinate caratteristiche (es. somiglianze tra appartenenti ad una determinata categoria di persone) e la riduzione di altre (es. riduzione delle somiglianze tra persone appartenenti a gruppi diversi). Ciò porta a favorire il proprio gruppo di apparternenza (“ingroup”) e a sfavorire gli altri gruppi (“outgroups”)

L’orientamento sessuale, la fede religiosa, il colore della pelle, la nazionalità, l’appartenenza a un gruppo rispetto ad un altro, non sono forse variabili umane simili a quelle di un qualsiasi oggetto o animale che sia identificato come appartenente ad una determinata categoria?

Eppure pensiamo che ci siano dei comportamenti tipicamente maschili o tipicamente femminili, tanto che arriviamo, a volte, a dire ai nostri figli maschi che piangere è un comportamento “da femminuccia” e a non validare, dunque, emozioni fondamentali per la crescita sana dell’individuo.

Siete stati invitati da una nuova coppia di amici a cenare a casa loro e, aggirandovi per il salotto con il vostro aperitivo in mano, date un’occhiata ai libri stipati sulla libreria che si trova proprio dietro al divano. Ci sono dei ripiani pieni di libri di cucina e dei ripiani pieni di libri sugli aerei. Pensereste mai che lei è un ingegnere aeronautico e lui un cuoco?

Se servite ai tavoli di un bar, e portate un’ordinazione a un tavolo dove sono seduti tre uomini e una donna, a chi darete le tre birre e a chi l’aranciata? Non è possibile che uno dei tre uomini sia astemio?

Lo sapevate che noi attribuiamo degli stereotipi positivi alle persone di bell’aspetto? Proprio così, una persona bella ha più facilità, ad esempio, a superare un esame all’università con votazioni elevate, o a trovare un lavoro, rispetto a una meno attraente. Se stiamo facendo l’autostop e si ferma a caricarci un uomo con i lineamenti duri, il volto solcato da cicatrici e i vestiti poco curati, magari cercheremo una scusa per non salire sulla sua auto. Se invece si ferma un uomo come quello della foto qui sotto?

 Ted Bundy

Sapete chi è questo signore? Si chiama Ted Bundy, ed è uno dei più famosi serial killer della storia. Ha ucciso più di trenta studentesse negli anni settanta. Grazie ai suoi modi affabili e al suo bell’aspetto, riusciva ad ottenere facilmente la fiducia delle ragazze, anche grazie a degli stratagemmi davvero ben studiati: ad esempio, si metteva in prossimità di un college o di un residence universitario con un braccio fasciato e appeso al collo e nell’altro braccio una pila di libri. Li faceva cadere e chiedeva alla povera malcapitata se poteva aiutarlo a metterli in macchina. Faceva leva dunque sulla sua presenza fisica e sulla naturale propensione delle persone a venire in aiuto a chi si trova in difficoltà. Se la stessa cosa l’avesse fatta lui….

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…secondo voi sarebbe riuscito a catturare le sue vittime allo stesso modo? Lui si chiama Ron Perlman ed è un attore di Hollywood. Ovviamente le cicatrici sono un trucco di scena, ma il mio intento è quello di darvi degli spunti immediatamente fruibili, per cui un po’ di effetti speciali non stanno male..

I criteri con i quali vengono a configurarsi gli stereotipi sociali variano molto nel corso del tempo e da cultura a cultura. Modificare uno stereotipo ben consolidato è un processo lungo, in quanto, una volta che lo stereotipo è stato costruito, diventa fortemente resistente al cambiamento, anche quando sopraggiungono nuovi tipi di informazione che potrebbero disconfermarlo; questo accade per quanto detto più sopra, cioè per la tendenza dell’essere umano a cercare prove a conferma delle proprie credenze e a ignorare le informazioni che invece potrebbero confutarle.

Come facciamo, allora, ad abbassare il volume dei nostri stereotipi? Lasciando che le nuove informazioni che li disconfermano possano entrare nel nostro “database” al fine di indebolirli, tanto quanto le informazioni che li confermano vi entrano per rafforzarli. Non è facile, ma a volte questo processo è facilitato da informazioni “bomba”, cioè informazioni contrarie allo stereotipo talmente forti e significative da stravolgerlo.

Per far sì che nuove informazioni possano essere immagazzinate, occorre fare esperienza diretta con le persone e i gruppi che presentano delle caratteristiche diverse dalle nostre. Spesso ci difendiamo da ciò che non conosciamo, perché quello che non conosciamo ci spaventa. Inoltre molte delle nostre categorie mentali si strutturano “per tradizione”, cioè ci vengono tramandate dal gruppo di appartenenza, dalla società e dalla cultura. Pensiamo al potere che hanno i detti popolari e addirittura le barzellette, nel configurare i nostri stereotipi sociali. Se solo avessimo la possibilità di conoscere la realtà dei fatti, molte delle nostre convinzioni cambierebbero.

Certo, fare esperienze positive una volta che gli stereotipi si sono già strutturati rende il processo di cambiamento più difficile rispetto all’acquisizione di informazioni attraverso le esperienze precoci. Per questo la famiglia e la scuola sono le più importanti fonti di educazione al buon uso della categorizzazione: i bambini non nascono con atteggiamenti discriminanti, per questo è importante insegnare loro l’importanza dell’integrazione, della tolleranza, dell’umanità e dell’uguaglianza.

 
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